
© 2025 by Francesco Rizzo
Le forme si dissolvono in luce, la memoria le trattiene appena, ogni immagine diventa traccia di ciò che resta oltre il tempo.
Le foto sono fatte con apparecchi pinhole autocostruite, evocano un dialogo silenzioso tra materia e ricordo. Gli oggetti e i paesaggi si riducono a geometrie pure, quasi archetipi visivi. La lunga esposizione dissolve i dettagli, trasformando l’immagine in traccia del tempo che passa. Ogni scatto diventa testimonianza fragile, luce e ombra si intrecciano, restituendo un senso di intimità e nostalgia.
FORM & MEMORY
Queste fotografie non intendono ricostruire il passato, né offrirne un riflesso nitido. Scelgono invece di abitare quello spazio incerto dove il ricordo prende forma, dove le immagini non sono ancora memoria ma non sono più realtà. Tra ombre, attese e aperture minime alla luce, invitano chi guarda a diventare co-autore: a completare la storia con le proprie assenze, con i propri ritorni, con ciò che il tempo ha sfocato ma non cancellato.
La sedia e il vaso di fiori dentro una stanza si presentano come la scena iniziale di un racconto interrotto. Sono oggetti ordinari, ma nella loro morbida imprecisione diventano quasi archetipi: la casa, l’attesa, la presenza di chi è appena uscito dal quadro. Come nelle memorie domestiche, ciò che conta non è l’oggetto, ma l’aura che lo circonda, quella vibrazione lieve che rimane quando tutto il resto è svanito.
Le tre uova in primo piano, poste di fronte a un paesaggio con un albero solitario, costruiscono un dialogo tra l’intimo e il lontano. Le uova, chiuse, richiamano l’idea di nascita e protezione, mentre l’albero, figura verticale e remota, sembra invece portare il peso del tempo e della distanza. È un contrasto che ricorda la riflessione: ciò che è vicino è sempre più fragile, mentre ciò che è lontano appare paradossalmente stabile.
Nel meolite collocato in un paesaggio desertico, la fotografia assume una qualità quasi geologica. La pietra, fissata in una luce che pare antica, diventa una metafora della memoria sedimentata: strati che si sovrappongono, epoche che si toccano, qualcosa che permane nonostante il vuoto che lo circonda. Qui la stenopeica funziona come una lente del tempo, non dell’occhio.
Il tavolo e la sedia, spinti quasi contro il muro, sembrano trattenere il respiro. La luce taglia la scena con un rigore silenzioso, rivelando le venature del legno consumato, come fossero linee della mano di qualcuno che non c’è più. Sul tavolo, una ciotola vuota. Nuda, immobile, ma carica di un’assenza che pesa più di qualsiasi oggetto. È come se la stanza avesse raccolto voci, gesti, abitudini, lasciandone solo l’eco trattenuto in questi oggetti immobili. La sedia leggermente scostata dal tavolo suggerisce un movimento interrotto, una presenza appena svanita.
Infine, la baracca con gli alberi sfocati alle sue spalle appare come l’ultimo capitolo di un viaggio nella percezione. La sfocatura non è un errore, ma un linguaggio: suggerisce ciò che non può essere trattenuto, ciò che scivola ai margini della coscienza. È il tipo di immagine che, non chiede di essere interpretata ma “sentita”, perché appartiene più alla regione dell’affetto che a quella del significato.

monolith

eggs

un interno silenzioso sospeso nel tempo